PREMONIZIONE
La diga.
Era stata assai controversa la costruzione della diga di Molare che riguardava la valle del torrente Orba, nell’alessandrino. La concessione ottenuta nel 1906 dalla Società per le Forze Idrauliche Liguri, fu revocata nel 1916 per inadempienze contrattuali e nello stesso anno subentrò la O.E.G (Officine Elettriche Genovesi). I lavori iniziarono nel 1917 ma subirono un’interruzione a causa della prima Guerra Mondiale. Ripresero nel 1923 con un ritmo frenetico per poter completare la diga nel minor tempo possibile. Il progetto originale fu radicalmente cambiato e prevedeva una Diga Principale dell’altezza di 35 m. e una Diga secondaria con uno sbarramento dell’Orba alla Sella dello Zerbino tramite un muro di 10 m.
Unitamente alla diga era stato costruito un impianto idroelettrico nel comune di Molare.
Nel 1925 la diga che formava il Lago di Ortiglieto, iniziò a funzionare.
Martina e il ruscello.
Martina avvertì il richiamo del ruscello fin dai primi mesi di vita. La primavera era appena iniziata, il ruscello scorreva vicino alla cascina di quella famiglia di contadini nella campagna intorno a Molare, e la madre lo raggiungeva spesso per il bucato portando Martina con sé. Tutta infagottata nelle fasce e nella copertina, la sollevava dalla culla di legno e la sorreggeva con un braccio, mentre con l’altro teneva la cesta colma di panni sporchi. Portava anche, buttato su una spalla, un tappetino logoro che le sarebbe stato utile per inginocchiarsi sulla riva del ruscello. Arrivata nel punto dove l’acqua formava una pozza neanche troppo profonda, la madre vuotava la cesta rovesciandone a terra il contenuto, quindi vi adagiava la bambina e la sistemava in modo da averla vicina. Per qualche minuto Martina restava immobile, come in ascolto. Il gorgogliare dell’acqua la catturava, ma in breve benché avvolta nelle fasce come in un bozzolo, cercava di muovere le gambe per liberarle, agitando anche le braccia che aveva libere. Accompagnava quella fatica con una vasta gamma di vocalizzi e spalancava al cielo lo stupore dei suoi occhi neri, finché la voce del ruscello prevaleva su ogni altra cosa. La bambina vi si affidava, si lasciava cullare, ne era pervasa, inclusa, e si addormentava come al canto di una ninna nanna. Giorno dopo giorno l’acqua e il suo continuo scorrere come un gioco senza fine, divenne parte imprescindibile dell’esistenza di Martina. Aveva appena imparato a muovere i primi passi che se rimaneva incustodita per un attimo, immediatamente si dirigeva verso il ruscello, traballante ma decisa.
Nata dopo tre figli maschi, Martina era per tutti “a piccinna”, e quando anche la madre doveva lavorare nei campi, accadeva che spesso dicesse a Piero, il minore dei tre fratelli: “bada a tua sorella e restate in cortile, intesi?” Insieme a loro rimaneva sempre Buc, un collie di pochi anni che anche quando sembrava dormisse i realtà non li perdeva d’occhio.
Per un poco i bambini giocavano tranquilli, ma quasi sempre Martina si stancava presto e all’improvviso si metteva a trotterellare in direzione del ruscello. Allora Piero immancabilmente le si parava davanti per impedirle di andare oltre il cortile mentre Buc correva abbaiando attorno ai due bambini con l’intento evidente di proteggere entrambi. Da principio Martina si divertiva, rideva e ritornava a gattonare per sfuggire meglio al fratello, ma quando si rendeva conto che Piero faceva sul serio e le impediva di allontanarsi da lì, allora si metteva a strillare con quanta voce aveva in gola. A quel punto Piero la prendeva in braccio e con fatica, dal momento che pure lui era ancora un bambino, la portava in riva al ruscello e il cane li seguiva. Martina non riusciva a stare ferma per la contentezza: cercava di divincolarsi, voleva essere messa a terra e andare da sola. A pochi passi dal ruscello Piero l’accontentava, ma la teneva per mano e non la lasciava finché non erano proprio vicino all’acqua che scorreva inarrestabile. Accucciati uno accanto all’altra vi immergevano le mani spruzzando di qua e di là, poi si fermavano per qualche attimo a percepirne il movimento nel suo percorso per chissà dove. Un tocco continuo e avvolgente come una prolungata carezza. La bambina lanciava ogni tanto gridolini di gioia, batteva le mani e le rituffava nell’acqua, e quando suo fratello raccoglieva qualche sassolino e lo lanciava nella corrente del ruscello, lei subito lo imitava. Ancora Piero prendeva una foglia e la posava sull’acqua che se la portava via: “guarda Martina, guarda – diceva – la foglia se ne va lontano…” Sarebbe stato bello rimanere più a lungo, ma non era possibile: se fossero stati scoperti Piero avrebbe passato dei guai seri. Certo era che convincere Martina a tornare indietro si rivelava ogni volta un’impresa veramente ardua. Per fortuna c’era Buc: con il muso spingeva delicatamente la bambina sul sentiero verso casa finché la piccola, già stanca, diventava più arrendevole, si lasciava riprendere in braccio dal fratello e riportare alla cascina.
Lì crebbe Martina, tra mucche, capre, galline, oche, la presenza di Buc e del ruscello. Quando ebbe l’età, i genitori decisero che avrebbe potuto frequentare la scuola per tre anni e contemporaneamente le fu permesso di andare da sola al ruscello purché portasse Buc con sé. Quasi non passava giorno che la bambina non raggiungesse la riva del piccolo corso d’acqua, persino in inverno, sebbene più raramente. Quando il freddo si faceva prepotente e la temperatura scendeva sotto lo zero non era insolito scoprire che sulla superficie del ruscello si era formato un sottile strato di ghiaccio. Martina ne era affascinata. Suo fratello Piero le aveva svelato un segreto: praticando un buco nel ghiaccio si poteva vedere che là sotto l’acqua continuava a scorrere e Martina non finiva di meravigliarsi. Anche se intorno la natura dormiva un sonno profondo, l’acqua del ruscello non fermava la sua corsa. Nella bella stagione invece tutto brulicava di vita: l’erba del prato cresceva a vista d’occhio disseminata da una incredibile varietà di fiori. E poi farfalle, libellule, il ronzio delle api e uccellini che si posavano sui sassi in mezzo all’acqua mentre in qualche piccola pozza si potevano scorgere famiglie di girini. Durante l’autunno, se le piogge erano abbondanti il ruscello si trasformava, si gonfiava d’acqua e la sua voce diventava un frastuono che si poteva percepire persino dalla cascina. L’acqua si colorava di terra scendendo tumultuosa e anche i massi più grossi sparivano sotto quell’impeto.
Una volta accadde che l’acqua era così tanta che il ruscello, non riuscendo a contenerla tutta allagò il prato con il sentiero che portava alla cascina, e persino il pollaio. In quei momenti Martina comprendeva che bisognava attendere: un paio di giorni e tutto sarebbe ritornato alla normalità.
Al contrario, in estate, poco alla volta, giorno dopo giorno, la portata del ruscello diminuiva fino diventare a un rivolo esiguo sul greto sassoso, e in quell’estate del 1935 il ruscello si seccò del tutto. Martina lo osservava desolata e ogni mattina correva a vedere se per caso nella notte fosse accaduto un miracolo e l’acqua fosse ricomparsa, ma regolarmente restava delusa. Il ruscello era morto e la campagna intorno appariva irrimediabilmente arida. Soltanto si udiva inestinguibile il frinire delle cicale. Una grande tristezza si era impadronita della bambina che chiedeva a tutti in famiglia: “Perché nel ruscello non c’è più acqua?”
“E’ la siccità. Non si è mai vista una siccità così!” rispondevano i fratelli, e il padre aggiungeva che anche la cisterna che forniva l’acqua alla cascina era quasi vuota e quindi non ne andava sprecata neanche una goccia.
“Pure l’Orba è in secca, e dicono che il lago di Ortiglieto non sia mai arrivato a un livello così basso!” aveva aggiunto la madre.
Il ruscello restava una striscia sassosa tra i campi ingialliti, nient’altro. Tutte le coltivazioni stavano andando in malora e i contadini scrutavano continuamente il cielo, ma non vi compariva nemmeno una nuvola ad alimentare le loro speranze. Poi una notte Martina fece un sogno. Correva come al solito verso il ruscello, quando le era giunto alle orecchie un rumore sordo, cupo che le procurava una strana sensazione, qualcosa che non aveva mai provato prima e la faceva star male. Correva e correva per arrivare al ruscello, ma il percorso sembrava interminabile, finché all’improvviso lo aveva visto, come dall’alto. Era gonfio d’acqua, non l’acqua limpida e fresca a cui era abituata, no…era un’acqua nera, tetra, fangosa che scorreva minacciosa e densa, e il ruscello cresceva sempre di più, ribolliva invadendo i campi intorno e produceva quel rumore sinistro e assordante che riempiva l’aria. Eppure Martina percepiva anche qualcos’altro: un pianto disperato che nasceva dai gorghi scuri e tumultuosi. Martina si era svegliata di soprassalto e aveva compreso che era la sua gola a emettere quel lamento. Sua madre era accorsa al suo letto:
“Cosa c’è? Stai male?”
La bambina aveva un nodo di pianto in gola che le impediva persino di parlare. Scuoteva il capo, le braccia strette attorno al corpo, il respiro affannoso. Finalmente aveva detto:
“Ho fatto un sogno…un sogno terribile! Nel ruscello scendeva acqua scura, nera, di fango…e si ingrossava sempre di più. Inondava dappertutto e sentivo gente che piangeva e gridava aiuto…”
La madre l’aveva rassicurata con un sorriso: “E’ solo un brutto sogno! E il ruscello…te lo sogni anche di notte adesso? Dormi, e non ci pensare più.” Le aveva posato un bacio sulla fronte ed era tornata nel suo letto. Martina stava con gli occhi spalancati nel buio, incapace di sciogliersi dall’immagine paurosa che ancora la opprimeva. La mattina seguente si alzò presto per fare colazione con suo padre e i fratelli, prima che andassero nelle stalle e nei campi.
“Pa’ – disse – ho fatto un sogno bruttissimo questa notte” e raccontò di tutto quello che nel sogno aveva visto e sentito e che l’aveva spaventata così tanto. Per tutta risposta ebbe un buffetto su una guancia e qualche commento distratto da parte dei fratelli:
“Ancora con questo ruscello! E’ in secca, fattene una ragione. Bisogna aspettare che piova.”
Martina però non riusciva a dimenticare e Buc sembrava condividere il suo stato d’animo: ogni tanto abbaiava senza motivo o emetteva addirittura lugubri, inspiegabili ululati.
Trascorsero un paio di giorni. Alle cinque del mattino del 13 agosto 1935 si udì rimbombare un tuono.
Il padre di Martina si alzò velocemente dal letto, uscì fuori, guardò il cielo: enormi nuvoloni neri si erano addensati nel cielo e alcune gocce avevano iniziato a cadere qua e là sul terreno riarso. L’uomo sorrise tra sé e rientrò velocemente in casa: “Piove!” esclamò a gran voce in modo che tutti lo sentissero.
E piovve. Dopo mesi di siccità piovve. Il 13 agosto del 1935, alle cinque del mattino, dal cielo oscurato da nuvoloni di piombo iniziò a cadere la pioggia tanto attesa. Un gran sospiro di sollievo. Forse si sarebbe potuta salvare una parte di raccolto che in quella zona rurale costituiva il sostentamento di molte famiglie. Forse non tutto era perduto. Ben presto però la pioggia aumentò di intensità: l’Orba e i suoi piccoli affluenti in brevissimo tempo si gonfiarono come non si vedeva da tempo e la pioggia aumentò ancora, e ancora, fino a diventare un vero e proprio nubifragio. La contentezza dei contadini e degli allevatori in poche ore si era trasformata in grande preoccupazione, ma nessuno pensava che la diga costruita dieci anni prima potesse rappresentare un pericolo… e poi l’invaso in quei mesi di siccità si era asciugato notevolmente. Intanto L’Orba e tutti i piccoli corsi d’acqua della valle avevano ormai rotto gli argini trasportando ogni sorta di detriti. Ugualmente il lago di Ortiglieto, trattenuto dalla diga a monte della valle dell’Orba, in poche ore aveva raggiunto il livello di guardia. IL guardiano non credeva ai propri occhi: aveva aperto gli scolmatori di emergenza ma senza risultato poiché i detriti accumulati probabilmente li avevano otturati. Dopo una breve pausa in cui la pioggia sembrava voler cessare e tutti speravano di scongiurare il peggio, ricominciò il diluvio e a quel punto il guardiano diede l’allarme. IL lago aveva superato di molto il livello di sicurezza e tutto ormai era fuori controllo.
Alle 13,15 il muro della seconda diga alla Sella dello Zerbino cedette. Un’ondata gigantesca di acqua, fango, tronchi d’albero, massi e persino parti del muro andato in pezzi, si abbatté sulla diga principale, tracimò, e invase la vallata fino ad arrivare alla cittadina di Ovada. Piccoli paesi, frazioni, cascine, strade e ponti, anche quelli della ferrovia, vennero travolti e spazzati via. Molte persone erano evacuate in tempo, ma purtroppo la furia dell’ondata nera lasciò dietro di sé distruzione e morte: centoquindici fu la stima approssimativa delle vittime. Il paese di Molare, grazie alla sua posizione più elevata fu quasi del tutto risparmiato e così anche la cascina di Martina e della sua famiglia. Rimase però in tutti loro l’incredulità e lo sconcerto per quel sogno premonitore che tanto aveva sconvolto la bambina e a cui nessuno aveva voluto dare importanza. Tuttavia, se anche avessero preso sul serio l’accoramento di Martina che avrebbero potuto fare? Riferirlo? A chi? Nessuno li avrebbe presi in considerazione. Quella tragedia lasciò un segno profondo nell’animo di Martina che maturò l’idea di andarsene da lì appena possibile. All’età di sedici anni volle a tutti costi accettare la proposta di andare a servizio a Genova, presso una famiglia benestante che trascorreva le estati a Cremolino, un paese poco distante da Molare. Martina lasciò quei luoghi per sempre… ma questa è un’altra storia.